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SCARSELLINO (IPPOLITO SCARSELLA) 
FERARA 1550-1620

Scarsellino_Sacra Famiglia

Il dipinto è tra i pochi lavori dello Scarsellino di datazione certa: l’artista, che visse a Ferrara, lo realizzò nel 1615 per conto di Cesare I d’Este. Maria è seduta con il Bambino davanti a un portico. San Carlo Borromeo, riconoscibile dall’abito cardinalizio e dal profilo caratteristico, è inginocchiato davanti a loro. Dietro di lui si vede santa Barbara, che si protende verso il Bambino per ricevere la palma dei martiri. La santa tiene nella mano sinistra la torre, il suo simbolo, che si inserisce perfettamente in scala nel paesaggio visibile sullo sfondo a destra. A sinistra, Giuseppe sopra un gradino, in procinto di uscire dall’edificio, si rivolge in direzione del gruppo; alla sua destra un angelo guarda verso il Bambino e i santi.

La tela appartiene all’opera matura dell’artista. Mentre i lavori dei primi anni furono molto influenzati dalla pittura manierista e da quella di artisti veneziani come Bassano, nei dipinti tardivi emersero i tipici tratti «barocchi», spesso sottolineati dalla critica. In effetti il dipinto della «Sacra Famiglia» presenta diversi aspetti che rimandano a Guido Reni: l’equilibrio e la densità della composizione, il fine modellato delle figure, le corrispondenze degli sguardi dei personaggi e i gesti naturali, contenuti e allo stesso tempo animati. Questi stessi elementi spiegano anche perché la «grazia», termine con il quale la letteratura d’arte barocca esprime il suo apprezzamento nei confronti di Guido Reni, nel Settecento fu attribuita anche allo Scarsellino. D’altra parte il tipo di paesaggio e i colori rimandano ancora alla pittura veneziana. Il dipinto si caratterizza per una forte intensità cromatica, nella quale spiccano le diverse sfumature del rosso, in particolare degli abiti di Maria e di san Carlo Borromeo, così come del suo copricapo cardinalizio.

Tema del dipinto è una forma di «Sacra Conversazione» non gerarchica, che si svolge in un ambiente naturale. Al soggetto della «Madonna col Bambino e santi» in questo caso fu aggiunto san Giuseppe, e grazie alla sua presenza il gruppo di figure diventa una «Sacra Famiglia». Ai tempi della realizzazione della tela questo tipo di raffigurazione aveva già una tradizione considerevole, rappresentata a Ferrara, tra gli altri, da dipinti di Garofalo o di Mazzolino. Sembra pertanto che il cromatismo differenziato fosse dovuto a una richiesta molto esplicita e non fu un caso che se ne incaricasse proprio lo Scarsellino, stimato per le sue capacità in questo campo.

 

Le ragioni che possono aver condotto alla scelta di raffigurare santa Barbara e san Carlo Borromeo sono state prese in esame da Janet Netherton Southorn:
- il santo come protettore dalla peste, poiché nel 1615 imperversava nella zona un’epidemia di vaiolo

- Santa Barbara invece fu patrona di Ferrara, e non a caso la torre che tiene in mano nel dipinto fu paragonata a una delle torri del Castello Estense. (di ELISABETH HIPP)

Agostino Superbi (1620, p. 127) tracciò il primo profilo dello Scarsellino, «oggidì singolare et eccellente nella pittura, et abbondante d’invenzioni», lodando la sua «maniera di colorire gustevole, vaga e delicata, et una mano velocissima», mentre la sua personalità artistica e il suo catalogo furono illustrati quasi un secolo più tardi da Baruffaldi, il quale fissò al 1551 la sua nascita sulla base della tradizione che lo voleva morto settantenne (Ghelfi, 2011, p. 229, la posticipa al 1560 circa, per l’assenza di attestazioni documentarie prima del 1590).

Secondo Baruffaldi, Ippolito fu allievo del padre, cui le fonti attribuiscono dipinti per lo più perduti o dispersi, alcuni dei quali sono riemersi di recente, consentendo di avviare la ricostruzione del suo catalogo, in parte ancora confuso con quello del figlio (Novelli, 2008, p. 353; Ghelfi, 2011, pp. 232-235); diciassettenne, Ippolito si recò a Bologna, dove avrebbe ammirato le primizie dei Carracci – la prima opera nota del più anziano Ludovico è però successiva (1580); dopo «ventidue mesi» si trasferì a Venezia, dove restò tre anni frequentando la bottega del Veronese e studiando Tiziano, Andrea Schiavone, Tintoretto e i Bassano. Il soggiorno è confermato dalla spiccata matrice veneta che caratterizzò tutta la produzione del pittore, soprannominato il Paolo de’ Ferraresi (Baruffaldi, 1697-1730, II, 1846, p. 69), e dalle parole di Giulio Mancini (1617-1621 circa, 1956). 

La sua storia continua su
https://www.treccani.it/enciclopedia/scarsella-ippolito-detto-lo-scarsellino_(Dizionario-Biografico)/

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